L’apporto della terapia breve strategica per rivoluzionare il modello operativo: cognitivo-comportamentale - TEDxPadova
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L’apporto della terapia breve strategica per rivoluzionare il modello operativo: cognitivo-comportamentale

 

Che cos’è la psicologia breve strategica e come funziona?

 

La psicologia breve strategica ci consente di conoscere un problema proprio mentre lo si sta cercando di cambiare, senza tentare di individuare delle ipotetiche cause di esso (come farebbe la psicoanalisi), bensì agendo immediatamente sui meccanismi di persistenza che alimentano il problema stesso. Solo dopo che il problema è stato risolto, è possibile formulare anche una spiegazione della sua genesi (operazione che la psicanalisi fa in prima istanza). 

L’intervento è mirato alla risoluzione di un problema specifico e si pone obiettivi concreti e misurabili e concordati con il paziente (vero artefice della guarigione), puntando ad interrompere nel modo più rapido possibile i circoli viziosi che alimentano il problema stesso. Pertanto, il terapeuta strategico è concentrato, fin dal primo colloquio , a osservare come funziona il problema presentato, per scardinare il meccanismo di persistenza di esso: ossia l’interazione tra il tipo di problema e i tentativi inefficaci (attuati dal paziente) nel cercare di risolverlo. Di fatto capita è che una persona, posta di fronte a un problema, qualsiasi sia il contesto, tenti di applicare lo stesso metodo adottato in passato. Nonostante queste prove risultino fallimentari, invece che cambiare strategia le persone tendono a impegnarsi di più nell’applicare meccanismi conosciuti. In questo modo, le tentate soluzioni disfunzionali, oltre a non risolvere il problema, finiscono per alimentarlo, creando un sistema percettivo-reattivo di tipo disfunzionale, ovvero una modalità ridondante di percezioni e reazioni nei confronti di sé stessi, degli altri e del mondo, che irrigidendosi su sé stesso, finisce per strutturarsi in un disturbo. Citando Albert Einstein, si potrebbe dire  che “ è pura follia ripetere le stesse cose (o comportamenti), aspettandosi risultati diversi”

In virtù di queste caratteristiche, quello strategico appare non solo un modello teorico e operativo decisamente più efficace per la soluzione – in tempi brevi – di problemi clinici (individuali, di coppia o familiari), ma anche un approccio applicabile a contesti interpersonali differenti, come quelli sociali, organizzativi, aziendali, educativi e sportivi.

Le fasi salienti di un intervento strategico sono quattro: 


  • DEFINIZIONE E ANALISI DEL PROBLEMA

Fase in cui si osserva e si studia come il problema funziona, come si struttura e come si mantiene. In questa fase, attraverso domande mirate e strategicamente orientate, si indaga la percezione che la persona ha del suo problema e come reagisce a esso


  • SBLOCCO DEL PROBLEMA

Una volta definito il problema, il terapeuta strategico prescrive degli esercizi (sia di pensiero che comportamentali) che, assecondando la logica del problema, mirano a demolirlo. L’ obiettivo è quello di far sentire al paziente un’esperienza emotiva diversa e correttiva, che gli permetta quindi di cambiare percezione e prospettiva rispetto al problema. 


  • CONSOLIDAMENTO DEI RISULTATI

Dopo aver “sbloccato” la persona, è fondamentale consolidare il cambiamento ottenuto, adoperando tecniche “solution oriented”, ovvero tese alla costruzione di una realtà in cui il problema non sia più presente.


  • CHIUSURA DELL’ INTERVENTO

Nell’ultima fase dell’intervento strategico si accompagna il paziente a ripercorrere l’intero percorso svolto. Questo aiuta a percepire significativamente il cambiamento ottenuto grazie all’impegno, alle sue risorse e all’osservanza della terapia proposta.

 

Tutto ciò fa sì che la persona, una volta concluso il percorso, non si senta più un paziente, “passivo” di fronte al problema, ma anzi riesca a sviluppare tutte le capacità che gli consentano di essere il vero artefice delle proprie scelte.  

Dunque l’obiettivo che si propone questa terapia è proprio far sì che la persona diventi protagonista attivo delle proprie scelte. Il paziente, al termine del percorso, è in grado di affrontare problemi sui quali prima era incapace di intervenire.

 

Benedetta Fabris